COMUNITA'

TESTIMONIANZE
Asma, 33
Pakistan 
RACCONTACI LA TUA STORIA

IL CORAGGIO DI ASMA

Asma, 33 anni. La vedi camminare veloce, in jeans e scarpe da tennis, il corpo gracile, lo sguardo basso e i lunghi capelli corvini coperti, a volte, dal velo islamico. Se le chiedi di raccontare la sua storia, il sorriso dolce diventa subito amaro, e gli occhi ti fanno capire che ne ha vissute tante, troppe per la sua giovane età. 
Asma è nata e cresciuta in Pakistan, in un villaggio rurale nella regione del Punjab. Ultima di tre fratelli, ha ricordi felici della sua infanzia e giovinezza, nonostante, la sua, sia una famiglia molto povera. I genitori, che l’amano molto, hanno voluto che studiasse; privilegio e purtroppo non ancora diritto, nel suo Paese.
È a diciannove anni che iniziano i suoi guai. A causa di una vecchia controversia irrisolta con una coppia di conoscenti del luogo, il padre e la madre decidono di darla in sposa al figlio, e mettere così fine all’eterna lite. Un matrimonio senza amore, quindi; storia sentita troppe volte, che purtroppo accomuna molte ragazze pakistane. Come donna, Asma non può scegliere, dire la sua, e a diciannove anni diventa sposa; sposa di un uomo che non ama e che ha visto solo qualche volta. Egli è già emigrato in Italia da parecchi anni, dove lavora regolarmente. Lei lascerà il Paese di origine solo tre anni dopo, per raggiungerlo e iniziare così questa nuova vita.
Il marito guadagna bene, fa l’operaio specializzato in una fabbrica. Asma ha una bella casa e una vita di agi, nella quale lui si occupa di tutto; sono ben inseriti nella rete locale di connazionali e nel giro di pochi anni, arrivano anche quattro figli. 
Le apparenze però ingannano. Lui si rivela presto un uomo geloso e possessivo; non vuole che lei lavori e abbia una vita al di fuori della famiglia. Pur inserito da anni, insieme alla sua famiglia, in un contesto occidentale, egli pretende che si viva esclusivamente in base al retaggio di provenienza e rispettando rigidamente i precetti, sia culturali che religiosi; precetti che Asma, pur molto devota, inizia a percepire come catene opprimenti. Lei, che per divieto del marito, non può acquistare nemmeno un abito legato alla moda occidentale, che deve per forza portare il velo. Si sente scissa, tra il senso di colpa per ciò che potrebbero pensare i conoscenti,  il timore verso il marito e il suo desiderio di esprimere liberamente la propria femminilità, seguendo i suoi gusti e desideri. Col marito non si può ragionare, su questo e su tutto il resto. Non tardano gli insulti, le percosse, le violenze, di cui Asma porta oggi ancora i segni sul corpo. 

Imprigionata in una gabbia dorata, Asma prova a fingere che le cose vadano bene. Pensa ai figli e a cosa le direbbero gli amici e la sua famiglia se decidesse di lasciare il marito. È combattuta; da un lato non è più disposta a tollerare le violenze, vorrebbe fuggire e rifarsi una vita, insieme ai figli. Dall’altro, è proprio per loro che esita, e a ciò si aggiunge il timore del giudizio e dell’infrangere i valori della sua cultura e religione, a cui sente di appartenere saldamente.   
In occasione di un viaggio in Pakistan con la famiglia, per visitare la suocera malata, il marito decide, all’insaputa di Asma, di rientrare in Italia da solo e lasciarla là con i figli, senza i documenti. A Asma nulla viene chiesto; considerata come un oggetto, senza desideri e volontà. Ma Asma questa volta, trova la forza di reagire. Quando il marito li raggiunge nuovamente in patria, lei si rivolge alle forze dell’ordine e riesce a farsi restituire i passaporti. Con l’aiuto economico dei genitori riparte per l’Italia. Sa che in Pakistan i suoi bambini, soprattutto il secondogenito, paraplegico dalla nascita, non possono avere un futuro. 
Giunta a casa, ha una brutta sorpresa; il marito ha fatto in modo che ella non possa più rientrare nell’abitazione. Per Asma è un momento drammatico, ma forse è per lei è arrivato il momento di girare pagina. Chiede finalmente aiuto ai servizi sociali e, insieme ai suoi figli, viene accolta ad Urbino e poi a Bologna, presso strutture di accoglienza madre – bambino. 
Nel capoluogo emiliano, Asma inizia a respirare un po' di serenità e di normalità. All’arrivo in struttura, ricorda, è tanto spaventata e insicura, di sé e delle sue capacità. Prova angoscia anche nel portare i figli a scuola. Non è abituata a stare a sola e a gestire da sola quattro figli, e i momenti difficili sono tanti. Lo scoraggiamento, il pentimento ricorrente per le decisioni prese. Asma, però, sa chiedere aiuto. Accetta anche di farsi seguire, per un periodo, al Centro di Salute Mentale per un supporto psicologico e farmacologico. Si impegna nello studio dell’italiano, frequentando con successo un corso di alcuni mesi. I suoi bambini vanno a scuola e, nel frattempo, lei intraprende la ricerca del lavoro. 
Finalmente lo trova. È contenta e speranzosa, il sogno di un contratto vero, magari indeterminato, che insperabilmente, arriva nel giro di qualche settimana. Asma è raggiante, incredula. “Bisogna festeggiare!” Esclama a tutte le operatrici che arrivano a casa, e così, tutte al ristorante a celebrare la bella notizia. 
Asma sa che la strada sarà lunga, ma ora ha chiara la meta. Sogna una casa dove vivere tranquilla con i suoi figli e lavorare per mantenerli. Sta divorziando dal marito, nonostante lui le abbia più volte chiesto di tornare, promettendole che sarebbe cambiato in futuro. 
Il velo, oggi Asma non lo indossa più, ma ammette di provare ancora vergogna se le capita di incontrare qualcuno appartenente alla sua comunità. 
La decisione non è stata facile; ancora oggi, e lei non è sempre sicura di aver fatto bene. Le basta però pensare a come si sente ora, e a come invece non si è mai sentita: serena e libera di essere sé stessa. Questo le dà la forza per guardare avanti con fiducia, verso un futuro migliore.

 

Bologna, 18 Marzo 2020     
 

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Dorina, 42
Serbia

DORINA, DICE BASTA...

Sabrina, 33
Romania

LA FORZA DI SABRINA

 

Sabrina, rumena, ha 34 anni. Nasce e cresce in una baraccopoli nell’estrema periferia della città di Craiova, tre ore di macchina da Bucarest. Tantissime famiglie rom, come quella di Sabrina, vivono lì. Abbandonata dal padre in tenera età viene allevata dalla madre, in grande povertà. Sabrina riesce ad andare a scuola ma deve abbandonarla presto, perché la mamma si ammala gravemente e ora è lei a dover provvedere ad entrambe. Preoccupata per la sua sorte, la madre, ormai prossima alla fine, le fa promettere di sposarsi, e lei accetta. Dopo aver avuto una figlia insieme, Alina, il marito parte per la Francia. Invano, Sabrina attende di poterlo raggiungere con la figlia. Verrà a sapere che egli era già sposato e aveva diversi figli; decide così di lasciarlo. 
In Romania la vita è molto dura, e Sabrina è sola. Quando può, lavora in campagna come bracciante. È qui che conosce Daniel, in cerca di moglie. Lei non è innamorata, ma alla fine accetta di sposarlo. È forte il desiderio di avere una famiglia sua e pensa che, con un uomo al suo fianco, le cose per lei possano migliorare.   
Hanno tre figli: George, Alina e Andrei. Sabrina si rende conto di quanto è infelice con Daniel. Nella sua cultura le donne devono fare le faccende domestiche e pensare a tutto, in casa. Le cose non vanno bene, non c’è lavoro, e lei sente il peso di come sfamare i tre figli solo sulle sue spalle. Non è facile farli crescere in una baracca, composta, come racconta, da una stanza sola. Alla domanda “il bagno lo avevate?” lei sorride, con ironia, e risponde “si, all’aperto!”. Per scaldarsi e cucinare hanno la stufa a legna e nel corso degli anni arriva anche la corrente elettrica per la luce.
Spinta dall’amore per i figli, ad un certo punto decide di recarsi, sola, in Spagna, per accettare un lavoro che un’amica le aveva procurato. Rimarrà là circa otto mesi, sentendo i suoi bambini solo per telefono. Tornata in Romania, partono nuovamente per la Germania, questa volta tutti insieme, dove vivono per un breve periodo e poi si spostano in Grecia, per un anno e mezzo. Lì, lei e il marito lavorano nei campi, ma è molto dura e la paga, quando arriva, è davvero bassa. Sabrina però, con un mezzo sorriso, dice che, almeno, il padrone dava loro da mangiare. 
Successivamente, decidono di venire In Italia, perché a Craiova non sanno davvero più come fare per mangiare, e sono disperati. Daniel ha un fratello che abita ad Ancona; abbandona la famiglia a Bologna e prosegue il viaggio verso sud, per provare a trovare lavoro.
A Bologna Sabrina non conosce nessuno e non ha un soldo in tasca; è di nuovo sola. Per alcuni giorni vive in strada, con i bambini, chiedendo l’elemosina. Incontra una signora rumena, che decide di aiutarla e la mette in contatto con gli assistenti sociali, i quali trovano un posto dove farli dormire. Dopo alcune settimane, le propongono di aderire al progetto del Rimpatrio Volontario Assistito. Attivo in Italia dal 1990 e gestito dal Ministero dell’Interno, esso ha l’obiettivo di supportare i migranti che, per vari motivi, decidono volontariamente o accettano di rientrare nei paesi di origine. A partire dal 2014, esso è stato inserito nei progetti co-finanziati dall’Unione Europea tramite i fondi FAMI (Fondi Asilo Migrazione e Integrazione) e si è rivolto anche a migranti in condizione di irregolarità e di situazione di fragilità economica e sociale. Col beneficiario, viene concordato un Piano Individuale di Reintegrazione, che comprende supporto prima della partenza, assistenza logistica e finanziaria al viaggio; una volta giunto in patria, il migrante è affiancato per alcuni mesi in un percorso finalizzato al reinserimento sociale ed economico. Solo nel 2019, i migranti rientrati a casa grazie a questo progetto sono stati 1.080. 

Sabrina però, non è tra questi. Ha scelto di restare qui. Sapeva che, forse, a casa, avrebbe potuto riprendere le fila di una vecchia vita. Quando racconta del suo passato, i ricordi paiono molto nitidi nella sua mente e, allo stesso tempo, sembrano riguardare una vita ormai lontana, a cui sente di non appartenere più. 

 

Lei conosce bene le sue origini e non le rinnega, anzi, ma ha scelto di intraprendere strade nuove. Madre e moglie nella sua terra, tra la sua gente, oggi Sabrina vuole innanzitutto riscoprirsi come donna. Ciò che è stata, infatti, non le basta più. 
Qui non è facile. Per lei, rom, zingara, sono tanti i pregiudizi, le discriminazioni. E poi, ambientarsi è dura. Tutto è diverso dalla sua Craiova. Proviene da un contesto difficile, dove è abituata a dover lottare quotidianamente per sopravvivere e “saltarci fuori”.
Quando arriva presso la struttura, chiede, tra le prime cose, di poter avere la chiave della stanza da letto, per tenerla chiusa. “Non mi fido”, ripete. Forse, in Romania non si sentiva sicura nemmeno in casa sua. 
Qui Sabrina è sola. Il marito è lontano; lo sente, dice per il bene dei suoi figli, ma lui, nel frattempo, ha avuto un figlio da un’altra donna. È serena quando ne parla, ma è già il secondo uomo che la delude.
Ora, Sabrina intende trovare da sola la sua strada, anche se ciò non includerà necessariamente un uomo al suo fianco, per lei e i suoi bambini. Sa che a casa né lei né i suoi figli avrebbero il futuro che lei spera. Desidera trovare un lavoro e che loro studino. In Romania non ha mai potuto mandare a scuola né Alina né Andrei. Solo il grande, George, è andato, ma solo per un anno e mezzo. 
L’assistente sociale ha deciso di aiutarla, cercando una struttura che possa ospitarla. Da circa sei mesi sono stati accolti a “Casa Di Milo”, a Bologna, dove oggi abitano insieme ad un’altra mamma tunisina e a sua figlia. Ogni giorno viene a casa una delle educatrici della struttura, per aiutarli. I suoi figli vanno a scuola e sono molto contenti. Lei sta frequentando due corsi di italiano perchè vuole trovare presto un lavoro e sa che, se non parla bene la lingua, nessuno la prenderà. Fa fatica, ma le operatrici della struttura le dicono che sta migliorando in fretta.
Nel resto del tempo R. segue la casa e fa da mangiare. È dura avere cura di tre bambini quando, lei per prima, sta cercando di trovare un nuovo equilibrio. A volte si scoraggia, perde la pazienza con loro, si arrabbia. Dai suoi sfoghi si capisce che pensa di non valere niente come mamma. “Non so come farmi ascoltare”, dice, “capiscono solo se li picchio”. E allora le operatrici la rassicurano, le dicono che lei è una donna forte, battagliera, determinata, che se vuole, può fare tutto. 
A quel punto, sorride e forse un po' si risolleva.  Pensa a quanta strada ha già percorso, e che le cose stanno migliorando, anche se lentamente. Ha tanti sogni e desideri, ma per ora le cose più importanti per lei sono poter lavorare e mandare i suoi figli a scuola così, in futuro, potranno fare un bel lavoro e avere una loro famiglia. Un giorno le piacerebbe tanto avere una casa loro, dove forse in futuro anche Daniel potrà andare a vivere se decideranno, nonostante tutto, di tornare insieme.

 

Bologna, 1 Febbraio 2020    

Noor, 28
Tunisia 

IL CORAGGIO DI NOOR 

 

Noor, 33 anni, donna, madre, migrante. È arrivata nella nostra struttura con appena due valigie, troppo piccole per credere che possano contenere i ricordi della vita sua e della figlia, Najla, 9 anni.
La loro storia inizia in Tunisia. 
Noor nasce in una famiglia numerosa, è la terza di sei figli. I genitori sono contadini e si occupano di coltivare la terra e allevare il bestiame. Il salario non è alto e la vita inizia perciò tra molti sacrifici. Vivono in un paesino di campagna, una zona rurale e povera, come la casa della sua infanzia. Frequenta la scuola del paese e consegue così la licenza elementare. Noor paragona la sua infanzia a quella di tante altre, in una famiglia apparentemente normale, nonostante il padre molto severo. A quei tempi, non sapeva che, diversi anni dopo, non avrebbe avuto più una famiglia a cui poter tornare. Descrive la madre come una donna affidabile, con cui mantiene un buon rapporto tutt’ora. Del padre, invece, non vuole più sentir parlare. È stato un uomo crudele e violento, soprattutto nel momento in cui Noor ha avuto più bisogno di lui. 
L’infanzia finirà molto presto. 
A 16 anni e mezzo viene data in sposa. Noor è contraria, ma questo non è rilevante per il padre. 
Si celebrano le nozze e l’inferno comincia dentro le nuove mura domestiche: da qui in avanti saranno anni dolorosi per la donna, caratterizzati da soprusi, umiliazioni, violenze e così tanta sofferenza che il cuore sembrerà svuotarsi di ogni emozione per non sentire più dolore. 
“Mi trattava da serva”.
È con queste parole che Noor inizia il suo racconto del dramma della vita coniugale. Era costretta a ritmi di vita disumani: ogni mattina doveva alzarsi alle 5, preparare la colazione, lavorare la terra, allevare gli animali, preparare il pranzo, la cena e svolgere le faccende domestiche. Qualora si fosse rifiutata o non svolgesse i compiti impartiti dal marito, veniva percossa, maltrattata, umiliata. Ad oggi, sul corpo non sono rimasti segni visibili delle violenze, ma nei ricordi, il volto di quell’uomo è lì e resterà come una traccia indelebile, come un demone da combattere, giorno dopo giorno. 
Poco tempo dopo le nozze, in un disperato tentativo di fuga, Noor scappa dalla casa coniugale e si rifugia dai suoi genitori; racconta le atrocità del marito, la segregazione, le ingiurie, i maltrattamenti, la sua disperazione e supplica la famiglia di aiutarla, di riprenderla con loro per sottrarla alle braccia di quell’uomo che non vuole chiamare marito. Il padre però, come nel peggiore degli incubi, la percuote ripetutamente con inaudita violenza e la riporta al carceriere dal quale era fuggita.
La speranza era diventata un lusso che non sa più se potersi concedere ma stringe i denti e si sforza di pensare ad un futuro lontano da tutti quei demoni, finalmente libera.
Dopo qualche anno di matrimonio, Noor rimane incinta: è una bambina. Il marito non accetterà mai questa nascita, odierà la figlia così come ha odiato sua moglie. Non riconoscerà mai la piccola Najla, ma le farà conoscere l’odio anziché l’amore, le violenze al posto dell’affetto. 
Noor vuole il divorzio, non è più disposta a sopportare oltre. La sua famiglia però, come già dimostrato dal padre, non è disposta ad accettare una simile scelta. Non è disposta a vederla indipendente. Non è disposta a pensare che lei, semplice donna, possa permettersi il lusso di scegliere in autonomia il proprio destino. Sulle sue spalle cala anche il disprezzo di tutti i suoi parenti, o quasi. La mamma e una sorella non l’hanno mai abbandonata, la sostengono e si preoccupano per lei. Di tutta la famiglia, Noor serba per loro un affetto profondo. 
Noor non si arrende e comprese che, se voleva cambiare la sua vita, non bastava il divorzio, doveva fuggire in un luogo in cui quell’uomo non potesse trovarla e, quando Najla avrà circa 4 anni, Noor prende sua figlia e scappano in un‘altra città: Monastir. 
È un nuovo inizio. Trova un piccolo monolocale, si arrangia facendo le pulizie da alcune signore e, grazie ad alcuni conoscenti, riesce a giostrarsi tra la cura della figlia ed il lavoro. 
Il sogno di un nuovo mondo si fa più vivo, ora che sta dimostrando a se stessa di potercela fare, con le proprie forze, a combattere quel destino così avverso. Vuole fare di tutto per raggiungere la meta dei suoi desideri, l’Europa.
Il sogno diventa sempre più concreto con l’incontro di una coppia di signori molto benestanti per i quali lavorava. Si conoscono meglio e intrecciano le ore di lavoro con i racconti delle storie di vita personali e, pian piano, il legame di fiducia si consolida. La proprietaria di casa racconta a Noor che il marito è in fin di vita e, se non trovano al più presto un donatore di rene compatibile, l’uomo morirà. La disperazione di entrambe porterà ad una svolta. La signora chiede a Noor di fare gli accertamenti sulla compatibilità dell’organo ed in caso di esito positivo, di donarlo al marito. In cambio, avrebbero esaudito qualunque suo desiderio. Noor non ha tempo per avere paura: quella può essere l’occasione che stava aspettando da tempo, la soluzione ai suoi problemi. Acconsente. 
Gli esami danno esito positivo. 
Noor procede alla donazione in una delle eccellenze ospedaliere tunisine e la donazione va a buon fine, per entrambi. 
Noor racconta che per i mesi successivi all’intervento questa coppia si prodiga al mantenimento suo e di Najla, oltre che al sostegno di tutte le spese ed utenze. 
Sei mesi dopo l’intervento, quando Noor chiede aiuto alla coppia per partire, loro accettano. Organizzeranno tutto, il quando, come e dove avverrà il viaggio, procurando a Noor due biglietti di sola andata per sé e la figlia: direzione Ragusa.
La mattina del 25 ottobre 2017 arriva una chiamata: la data di partenza è fissata per la sera del giorno stesso. 
Raggiungono il punto di imbarco a piedi (era vicino casa) e mentre Najla pensa che si stiano recando a trovare la zia, salgono a bordo di questa nave della speranza, o meglio della disperazione. Noor stringe la bimba a sé e la nasconde sotto la giaccia. Lì ci rimarrà tutto il viaggio. Passano tutta la notte fermi, allontanandosi poco alla volta dalla costa, in totale silenzio ed apprensione. Con le prime luci dell’alba il barcone inizia il viaggio. Gli altri passeggeri, cinquantacinque, sono tutti uomini e la trattano con gentilezza ma questo non basta a proteggerla dal terrore che starà per vivere. Appena arrivati a largo lo scafista estrae un coltello e minaccia i passeggeri che, qualora il barcone avrebbe rischiato di non farcela ad affrontare la traversata, o qualcuno si sarebbe sacrificato volontariamente o lo avrebbe buttato giù in acqua lui stesso. La paura scorreva nelle vene di Noor e poteva leggerla anche negli occhi di tutti i suoi compagni; pregare era l’unica cosa che le era rimasto. Dopo 2 interminabili giorni di viaggio attraccano a Ragusa, tutti sani e salvi ma esausti. 
Dei 57 naviganti, solo Noor e la figlia non sono state rimandate nel paese di origine. Gli altri 55 uomini che, come lei hanno affidato la loro vita al mare, sono stati tutti rimpatriati nel giro di qualche giorno. 
Per le due donne, ora, comincia una nuova avventura: Najla inizia la scuola e Noor ottiene i documenti; dopo un primo periodo in un centro di prima accoglienza a Ragusa, giungono a Parma in un punto alloggio, per poi arrivare da noi, una struttura di accoglienza per mamme con bambini, a Bologna. 
Ad oggi, la bambina frequenta con entusiasmo la seconda classe della scuola elementare. Da grande non sa ancora cosa vorrebbe fare. Noor invece, cammina a testa alta e mentre racconta la sua storia, non piange, ha lo sguardo di chi è stanco di soffrire ed ha voglia di voltare le pagine più cupe per scoprire le possibilità che questa vita ha da offrirle. Grazie al nostro aiuto, sta tracciando la strada che la condurrà ad una vita autonoma, libera ed indipendente: sta studiando l’italiano e non vede l’ora di cominciare un nuovo lavoro, per dimostrare a sé ed alla figlia che il loro futuro è qui, in Italia, e sarà radioso.

 


Bologna, 12/03/2020

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